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25 mag 2024

L'Augusto 4


Augusto 1
Augusto 2

L'Augusto 4

Il mattino del primo novembre, cominciò con la solita alba fiacca della stagione e Augusto, per la prima volta dopo tanto tempo, si guardò per davvero nello specchio macchiato. L'intenzione era quella di disfare la barba e rendersi presentabile ma nel  suo viso vide qualcosa di nuovo... non sapeva cosa ma indubbiamente c'era. Ah, corbellerie, queste sono solo cretinerie di vecchiaia, si disse cominciando a radersi. 
Aveva appena finito di farlo quando sentì bussare alla porta. Il suono lo sorprese, sobbalzò e rimase in ascolto. Halloween era già trascorso... chi mai poteva essere?

Si riscosse, riprese il solito piglio e andò ad aprire. Nell'ultimo gradino, ad aspettare, c'era una giovane signora con un piatto coperto da un tovagliolo e se già questo non era qualcosa di incredibile ancora di più lo fu il fatto che la donna gli stava sorridendo. 
- Sono la mamma di Chiara e Francesco e vorrei ringraziarla per il suo gesto gentile. Le ho cucinato una torta, quella che mi riesce meglio e vorrei l'accettasse come segno di riconoscenza.

Mettiamoci nei panni di Augusto... non era mica abituato a tanta gentilezza, a tanti sorrisi e neppure a ricevere qualsivoglia ospite e non sapendo che fare, si fece da parte  e con un cenno della mano invitò la donna ad entrare. Lei accettò e, posato il piatto sulla tavola continuò a ringraziarlo e a sorridergli  senza accorgersi dell'imbarazzo del suo ospite.

Augusto spazzò con una mano la sedia che ritenne migliore, vi soffiò sopra e fece accomodare la signora.  Era turbato e improvvisamente si vergognò di sè, della sua casa, dei suoi cattivi modi e per la prima volta, dopo tanti anni,  vide il degrado e l'incuria che si erano accumulati nella sua casa.
- Mi scuso - cominciò a dire - per la mia poca ospitalità ma... 
- Grazie, grazie per quel che ha fatto per i miei  figli che parlano di lei come un eroe. Quei ragazzi dispettosi di ieri sera non sono davvero cattivi ma hanno famiglie poco presenti e loro si lasciano andare a gesti poco rispettosi, inconsapevoli di quel che provocano.  

Augusto e la signora parlarono e lo fecero a lungo, e dei giovani, della società, di tanto altro e la confidenza che si era stabilita gli permise di ammettere il suo brutto carattere che peggiorava di giorno in giorno, almeno fino a quando aveva incontrato lo sguardo di una bambina in difficoltà. E disse anche che quell'episodio lo aveva toccato nel profondo. Lei comprendeva e annuiva.
Stabilirono di incontrarsi ancora per inventare qualcosa per il bene dei ragazzi soli della zona e quando la signora uscì dalla sua casa Augusto si rese conto che nella sua vita si acceso un sole che non si sarebbe spento mai più, almeno non lo avrebbe permesso. 
 
          Finale 1° (per chi ama il buon finale) 
Augusto aprì un cassetto che era rimasto chiuso dal tempo della sua vita precedente, vi trovò tanti oggetti che testimoniavano una vita diversa ma per il momento prese solo un notes, una penna e cominciò a stilare la lista della sua nuova spesa. 
Tutto qua? Ma che finale è mai questo...  sì, tutto qua perchè la felicità necessita di poche parole, come ognuno sa e loro felici lo erano.

          Finale 2° (per i cinici che credono che nulla possa cambiare) 
Augusto prese la torta e mentre prendeva un coltello per tagliarne una fetta pensò che la signora era stata abile a catturare la sua riconoscenza e  forse aveva persino orchestrato il tutto per poter entrare nella sua casa e riferirne, probabilmente in combutta con i suoi ingordi nipoti che non vedevano l'ora di entrare in possesso della sua eredità. 
Riaprì la porta di casa, la richiuse sbattendola con forza rabbiosa e mentre gettava nella spazzatura la torta riprese a maledire il mondo e i suoi abitanti.

          Finale 3° (strappalacrime) 
Augusto non poteva sapere che la vita aveva in serbo per lui ben altro. La signora infatti, poco dopo si ammalò gravemente e morì affidandogli i figli che tanto amava. Lui promise ma un cattivo mattino fu investito da un'auto pirata, rimase paralizzato e i bambini, grazie al denaro di Augusto,  furono portati in un buon istituto dove crebbero. 

          Finale 4° (per chi sa sognare)
In paese nessuno credette alla conversione di Augusto e spesso lo misero alla prova provocandolo un pochino ma lui era una persona nuova e lo dimostrò negli anni a venire. 
Fra lui e la signora si stabilì un rapporto parentale e insieme diedero vita a un circolo per bambine e bambini che la sua nuova casa restaurata accolse per divenire un polo educativo e di attrazione.


Fine 
(per chi è stufo di leggere) 

     Finale di Valeria (grazie per averlo scritto)

Uscita la donna prese un foglio e iniziò a scrivere la lista della spesa..
Tutti prodotti, compresa una "tola" di bianco e un rullo e decise di riaprire la vita, iniziò a rimbiancare, pulire i mobili e piastrelle, aggiustare il bagno, dipingere le due porte di lilla...trasformando dinuovo la sua casa ben in ordine e pulita compreso l'armadio con abiti lavati e puliti.
Una sera si mise hai fornelli e preparò una cena semplice fatta di spaghetti alla carbonara, spinaci con il formaggio... e comprò del gelato.
Invitò a cena la signora con i suoi figli e.... ieri sono due anni che sono sposati.
Lui e Gian e lei Viki.

Se chiedi a Lui ti dirà che: quei suoi occhi mentre parlavano dinanzi alla torta fatta in casa lo avevano fatto rinascere, oggi non c'è giorno che non le scrivi un pensierino d'amore su un foglietto e lo lascia davanti alla tazza della colazione.
Lui oggi vive con la pensione di invalidità e lei fa piccoli lavori di pulizia...
I ragazzi stanno crescendo e iniziano a lavorare ma, sono una bella famiglia.










L'Augusto 3


L'augusto 1

Augusto, certo che i monelli fossero nascosti da qualche parte nel buio della sera, aspettando di vedere quel che sarebbe accaduto alla loro piccola vittima,  aprì la porta e tuonò.
- Bul!  
Non accadde nulla.
- Buuul! Vieni fuori se sei veramente un capo e non un fantoccio.
Bul, nascosto coi compagni dietro la siepe, si sentiva proprio così, un fantoccio, e tremava di spavento ma non intendeva certo farlo sapere ai compagni, perciò si alzò portandosi sotto la luce del lampione, sicuro che da quella distanza nessuno avrebbe notata la fifa che sentiva scorrere nelle vene e si evidenziava nell'incertezza del passo.  
Vedendo Bul avanzare, i capelli  irti di gel e abbigliato come un bullo, Augusto si sentì riempire d'ira ma poi notò il tremore, il passo diseguale e si calmò.  
Chiara, fra spavento e curiosità, si era intanto avvicinata alla porta e vedeva avanzare, sbirciando fra lo stipite e il corpaccione del suo quasi salvatore, un esitante Bul.  
- Vieni avanti Bul, ed entra in casa che ti debbo parlare.
- Non posso, mio padre mi vieta di entrare in casa di estranei
- E allora perchè hai imposto di farlo a una ragazzina?  Chiama i tuoi compagni e dì loro di portare il pallone, io li aspetto qui.  Ci fu un certo movimento dietro la siepe che pareva animata ma poi, uno alla volta e con lo sguardo incerto,  sei ragazzini uscirono dal nascondiglio e andarono a posizionarsi dietro il loro capo.  Uno aveva il pallone e a lui Augusto chiese di portarlo a Chiara. 

A passi lenti il ragazzino arrivò sulla soglia del primo gradino, di tre, che lo separava dalla sua vittima e le tese il pallone. Quando l'ebbe tra le braccia, lei  lo strinse come un figlio ritrovato  e si sentì già paga ma  stupì sentendo Augusto chiedere a tutti di scusarsi del cattivo gesto e trattenne il fiato.    
Ci fu un gran silenzio e nessuno parve avere intenzione di obbedire a tanto comando che esautorava il capo e li umiliava.
- Uno ad uno -  precisò Augusto. 
Dopo un tempo che parve interminabile, Bul fece il primo passo verso Chiara e, borbottando a bassa voce,  si scusò. 
Lo fecero poi anche gli altri che, dopo il capo, trovarono più  semplice farlo.

Il lampione che illuminava la scena di quella strana sera, vide il gruppetto di ragazzini, a disagio, ricompattarsi,  salutare con un "ci si vede", volgere le spalle alla casa della loro disfatta e, prima a passo lento e poi di corsa,  allontanarsi.

Augusto e la piccola Chiara si guardarono commossi, ciascuno per i suoi buoni motivi e lui, dandole la mano, l'accompagnò vicino alla casa dove la mamma già aspettava dietro la finestra illuminata. La vide entrare, salutarlo sventolando la mano e allora si voltò per rientrare.   Tornando verso casa sentì una sensazione nuova in cuore...   non seppe darle nome ma gli piacque.  

Continua 





23 mag 2024

L'Augusto 2

 



Il vecchio, raccolti i nastri di bucce di mela, gli involucri di banane e gusci d'uova, li mise in un sacchetto e si dispose ad aspettare il battere alla porta. Ma le ore trascorrevano senza che alcuno si facesse vedere e lui sentiva crescere il malumore per quella mancata soddisfazione del gettare gli scarti raccolti su quei monellacci. Che si fossero offesi e avessero deciso di scartarlo dal loro giro serale? Il pensiero, invece di rallegrarlo lo fece arrabbiare ancora di più.
- Codardi buffoni e perdigiorno - disse ad alta voce mentre riponeva il sacco con gli scarti - ve la farò pagare.

Proprio in quel momento qualcuno bussò alla porta con tocchi lievi e cauti.
- Insoliti - pensò - ma indubbiamente c'erano.
Riprese il sacco degli scarti, il bastone, prese fiato e aprì la porta pronto a ruggire tutto il suo disprezzo ai seccatori malandrini.
Il fiato gli si sgonfiò in petto con il rumore simile a quello di un mantice sfinito e rimase senza parole. Piccola, esile e bionda, il piccolo pugno ancora alzato nel gesto del bussare, una bambina lo guardava con occhi terrorizzati, imploranti e lui si sentì disarmato.
- Chi sei, cosa vuoi - chiese con una voce che gli parve non essere la sua.
- Do... dol... o... dol......... dolcetto o scherzetto - disse improvvisamente lei trovando quelle parole che faticavano ad uscire dalla gola.
Anche un tipo rozzo come lui poteva avere la certezza che la piccola era stata costretta a bussare alla sua porta e allora la prese per mano e la fece entrare.
- Chi - cominciò con voce tonante che subito smorzò al vedere spuntare grosse lacrime - Chi sei e chi ti ha mandato qui?
La bimba non rispondeva e si tormentava le mani
- Dimmi cosa ci fai qui - le ripetè con tutta la gentilezza di cui era capace.
- Mi hanno costretta.
- Chi?
- I bambini cattivi... no... volevo dire... la mamma mi rimprovera se dico così...
Ma la testolina che lentamente si abbassava per la vergogna fu veloce a rialzarsi, presa dall'ira e disse d'un fiato.
- Sì, cattivi perchè picchiano sempre il mio fratellino che non sa difendersi e neppure io riesco ma oggi hanno preso il suo pallone dicendo che se non venivo a bussare alla tua porta loro lo avrebbero tagliato con un coltellaccio arrugginito trovato nella spazzatura e dicono anche che sei cattivo e spaventoso e che se fossi tornata viva avrebbero ridato il pallone a mio fratello.
- Come ti chiami? - chiese il vecchio Augusto pensoso mentre la bambina riprendeva l'espressione spaventata, sia per la situazione che per quel che, sostenuta dall'ingiustizia subita, aveva appena detto.
- Chiara
- E il tuo fratellino?
- Francesco
- E i monellacci che hanno rubato il pallone?
- Non so, sono tanti ma il capo lo chiamano Bul.
La bimba, vedendo l'espressione del vecchio schiarire, quasi a farsi bonaria, cominciò a sperare che lui avrebbe perdonato il suo ardire e trovata una soluzione al problema. Tolse dalla fronte una ciocca di capelli che era sfuggita dalla treccia e si rilassò sulla seggiola.

continua





22 mag 2024

L'Augusto

 



L'Augusto
Racconto a piccole puntate


Il vecchio Augusto   s'alzò  pesantemente dalla sedia  sgangherata e, con malagrazia, gettò nel fuoco del camino  le bucce di mandarino  che teneva in grembo.  La debole fiammella, che vi danzava quieta,  reclamò mandando sbuffi scuri tutto attorno e il vecchio, tossendo e sventolando la mano sotto il naso,  maledisse il fuoco e   il frutto appena mangiato assieme a  tutti i suoi simili. 
Poi avviò il suo grande corpo  verso la nera cucina economica e, girata la manopola del gas, accese il fuoco sotto una pentola ammaccata che aveva riempita d'acqua. Si sarebbe preparata  la solita minestra insapore, quella che da decenni mangiava ogni sera e  quella avrebbe rappresentato l'intera  sua cena  perché la fame non gli faceva mai compagnia. 

Mentre aspettava che l'acqua bollisse, mise sul tavolo una  scodella sbrecciata  ed un bicchiere che certamente aveva conosciuto la trasparenza ma che ora aveva un aspetto lattiginoso.   
Quelle brutte  stoviglie  inorridivano  il vecchio ma non  gli passava neppure per la testa di comprarne di nuove perché era tirchio,  oh se lo era!  Tirchio e di brutto carattere tanto che la gente lo  evitava per risparmiarsi  di vedere sul suo volto  il fastidio che provava verso l'intero creato.
Quel poco che gli serviva, il vecchio Augusto lo comperava all'apertura dei negozi, quando  le massaie cominciavano a soffiare sulle braci della sera prima per  scaldare il latte per la colazione e così  era certo di non incontrare nessuno.  

Era un gran brutto tipo questo Augusto ed il suo aspetto rispecchiava il malanimo che lo possedeva, tanto che  i bambini piccoli  che avevano la sventura d'incontrarlo, scoppiavano a piangere.
Non si creda che Augusto fosse dispiaciuto di tutto questo, anzi. Si faceva vanto d'essere il più  terribile del paese ed il pensiero che la gente lo pensasse cattivo  lo metteva di buon umore. 
Mentre rimescolava nella pentola scura, gli sovvenne che quel giorno era l'ultimo di ottobre, il 31,  e che quella sera i ragazzi del paese si sarebbero presentati alla sua porta e gli avrebbero chiesto dei dolci.  Dolcetto o scherzetto? - gli avrebbero chiesto. 

Baggianate da sciocchi ed ostinati quali erano, pensava, e ancora non avevano capito che lui di dolci non ne aveva ed anche li  avesse avuti non li avrebbe certo dati a loro.  Anche quella sera li avrebbe cacciati a male parole  ed avrebbe rafforzato il tutto  con l'agitare del  bastone che sempre aveva con sè.  
Ma quella volta le cose sarebbero andate diversamente. 

continua






27 ago 2023

Somari



Erano nati in  un mondo armonioso dove tutti erano uguali... somaro fra somari.  Stesso cibo, stesso modo di comunicare, stesse esigenze e stesso aspetto anche se c'erano parecchie sfumature a caratterizzare ogni essere. 

L'unico suono, ad esempio, era il suono "ìo" anche se , come dicevo, ognuno aveva un suo timbro di voce e un proprio modo di emetterne il suono. 

Non esistevano differenze di genere e non esistevano categorie perchè giovani, vecchi, maschi, femmine  avevano  un loro ruolo e lo assecondavano come natura aveva previsto. 

Ogni tanto, per svariati motivi,  qualcuno se ne andava ma non esisteva la parola morte perchè la vita era l'unica preziosità e la si rispettava anche quando finiva. Chi partiva veniva ricordato con un poco di d0lore ma soprattutto per l'allegria che aveva sparso in vita e lo si ringraziava per i doni che avevano arricchito la comunità.

Ogni individuo sapeva e poteva capire i bisogni dell'altro e rispettarne la felicità senza soppesare alcunchè.  La vita scorreva quindi felice in quel mondo di somari perchè  quando un individuo sa chi è e  di cosa ha bisogno per sentirsi felice... felice lo è di conseguenza.  

Un giorno  arrivò un terribile vento  e tutti seppero che avrebbe portato qualcosa di non buono e quando la polvere di quel vento cattivo cessò, a terra videro qualcosa che prima non c'era. Era un piccolo oggetto inoffensivo, un segno che non somigliava a nulla di conosciuto.  Gli diedero nome D  e, non sapendo che farne, lo misero in un angolo ringraziando il cielo per lo scampato pericolo. 

L'asino che raccolse l'oggetto misterioso per portarselo a casa, non lo ritenne pericoloso e  lo mise in bocca per saggiarne la consistenza e il sapore. Non lo giudicò nè saporito nè utile e lo sputò... ma da quel momento il suo modo di comunicare cambiò e il suono che emise non fu più "ìo" ma divenne "dìo". 

Quella lettera  D era un inizio e lo si comprese solo quando, nella comunità di somari, arrivarono grandi cambiamenti. 

Il suono incuriosì parecchio la comunità di somari ma poi, ritenutolo una forma di distinzione, venne imparato da tutti.  Quel suono pareva dare vita a qualcosa di benefico... come avesse la capacità di migliorare il sentimento personale, un bisogno sconosciuto fino ad allora. Produceva una potenza  inspiegabile e tutta la comunità di somari divenne quella dei  "dìo". 

Se tu che leggi provi a pronunciare la lettera "D"  senza aggiungere vocali eufoniche, potrai immaginare come quel suono inedito potesse essere scambiato per una forma di potenza. La prima.  L'incredibile. 

Nacquero così  la distinzione e, successivamente, la competizione.  

Un altro vento cattivo, più dell'altro che aveva portato la "D",  spirò in un giorno di festa, quando tutti erano occupati a riposare e a mangiare più del solito. Era un altro oggetto e fu trattato con prudenza... l'esperienza insegna in fondo... ma la forma era nota come lettera  "O", si respirò di sollievo e, non sapendo che farsene, la si accantonò ma qualcuno, in segreto,  pensò di usarla mettendola a capo del verso con cui tutti  comunicavano e la sperimentò per  aumentare il suo personale  senso di potenza. 

Nacque così la parola "Odio" e la comunità di somari non fu mai più la stessa. 


Sari





7 ago 2023

Raccontino

 

Avventura 

Il grande momento era arrivato e lo sentiva dal fremere di ogni piccola parte del suo corpo. Era giunto dopo quattro anni vissuti in quel luogo sotterraneo, senza luce, sostenuti da progetti e sogni che popolavano il paradiso di cui le avevano parlato a lungo.

Mentre scavava la galleria che l'avrebbe portata al mondo di fuori, quei quattro anni lei li aveva già scordati perchè si sentiva catapultata in  quel futuro che sapeva denso di soddisfazioni.
Un ultimo sforzo e poi... ecco la luce. Sentì  l'aria scorrerle piacevolmente sulla pelle bianca e indifesa e fu felice perchè 
qui doveva e voleva arrivare e qui era giunta.
Ora si sentiva stanca ma aveva ancora qualche passo necessario da compiere prima di poter volare via.  Si trattava di una specie di  iniziazione e si preparò.

Rallentò ma mantenne lo sguardo alto e con un ultimo sforzo s'incamminò lenta verso l'albero che le pareva il paradiso. La scorza era dura ma non le importò, voleva scalarlo e giungere più in alto, dove si sarebbe liberata del passato per mettere le ali al suo destino.
Un ultimo sforzo e poi... eccola libera e finalmente capace di volare. Sospirò di piacere.

Un fringuello che passava in quel momento la vide, si rallegrò dell'incontro, aprì il becco e l'ingoiò.
La cicala non ebbe il tempo di sentire i sogni infrangersi perchè anche il nulla l'inghiottì.
Se qualcuno vide piccole luci alzarsi in volo li attribuì ad altro che non fossero sogni.




Sari





28 set 2022

Visioni

L'Inconsistente s'allunga sulla poltrona, incrocia la mani dietro la testa, poggia i piedi calzati sul tavolinetto che ha davanti e sospira prima di  sbadigliare rumorosamente. E' una persona educata e mai avrebbe concesso il sonoro  a quella forma di rilassamento ma ora è solo, finalmente solo, e  sorride lievemente prima di chiudere gli occhi. 

Nel dormiveglia che precede il sonno, si congratula con se stesso perchè, a conti fatti, perdendo ha vinto. Lui non è tagliato per i lavori duri, quelli dove c'è da rimboccarsi le maniche, sporcarsi il gilet e sudare ma questo era  da tempo necessario e allora è stato meglio passare tale compito ad altri.  E poi tutto quel tirarlo per la giacchetta, quel pretendere, ricattare... suvvia... 

D'altronde la provetta col sangue è secca e  senza  santi a rinfrescarla, i partigiani sono morti da tempo e i figli, cresciuti a latte e racconti, sono ormai vecchi...   i nipoti poi  hanno ben altre preoccupazioni per cui sì,  ha fatto bene a mollare tutto e tutti.    

Sa bene d'avere lasciato macerie di ideali (pagati ad alto prezzo)  e speranze (altrettanto pagate a caro prezzo)    ma non ha rimorsi e sa che verrà richiamato a tempo debito per una necessaria e urgente resurrezione... la provetta avrà così sangue fresco,   lui una nuova spilla da appuntare al bavero della giacca e un futuro da... da che? Non sa ma non pone limiti all'immaginazione.

Un leggero e quasi timido russare interrompe il fiotto di pensieri.  


Sari



15 giu 2022

Attimi di vita 2

 Seconda parte



Dopo la pausa di quiete,  senza motivo,  tutto cambia, Lei apre gli occhi   e  la luce che vi si scorge  assicura chi la guarda che Lei è tornata.  

La Lei ridestata respira a fondo e fa il gesto di rialzarsi  ma poi ci ripensa e si abbandona allo schienale della poltrona, immobile, quasi che un solo gesto possa risvegliare l'Altra.   Quell'Altra  di cui sa. Una nemica  che  la chiude in un bosco buio e le  impedisce  di volare, di produrre sogni capaci e conduce  a terra tutto ciò che vive solo in cielo.   La conosce ma decide di sfidarla, di non darle spazio... non  ora, proprio ora che è tornata senza sapere quanto resterà.

Lucida e padrona, gira lo sguardo intorno,  poi s'alza, cammina e riprende possesso di quel che è suo. Accarezza soprammobili, sposta cornici di fotografie che ritraggono persone a cui  sa dare nome e si ferma accanto alla libreria colma e ordinata  che ama tanto.  Sfila un libro dallo scaffale e lo apre a caso su una pagina che presenta  righe  sottolineate. Lo richiude e sosta con la mano aperta sulla copertina, in segno di possesso.  La sottolineatura è  la sua  d'adolescente, quando mente e cuore erano potenti e governabili.

Un fiotto di felicità l'invade, ora sa che l'Altra si impossesserà  solo di una parte di lei perché il resto, quello che conta,  è dentro una cassaforte di cui solo lei conosce la combinazione. Anche i ricordi sono chiusi lì, disponibili e suoi, suoi per sempre e inattaccabili.   

Per un attimo prova l'urgenza del fare di chi sa  che di tempo ce n'è poco ma poi si rilassa...  userà altrimenti quello spazio, poco o tanto che sia . Le piace scrivere e l'ha fatto  tanto bene da essere  pubblicata  da un grande editore. Cerca fra gli scaffali e trova il ripiano  che mostra  copertine dai colori pastello che recano stampato  il suo nome...  li  sfila per  accarezzarli tutti.  Uno ad uno. 

- Quel male che corrode  mente e ricordi  - pensa -  mi  sta offrendo tregua,  non so quanta o se  per sempre  ma ora sono qui, ancora qui, non risanata ma rinata e godrò d'ogni attimo che strapperò all'Altra.  

- Signora, l'accompagno a letto?  - dice Agostina alle sue spalle.

- No cara, sono meravigliosamente desta e intendo rimanerlo a lungo.  Grazie, vai pure a dormire. 

Agostina sbalordisce ed è felice dell'insperato ritorno, accosta piano la porta  e corre al telefono. 

Lei accende la lampada accanto al divano, sceglie un libro e un altro e un altro ancora,  siede, accavalla le gambe e sospira lieta su pagine  già lette e da rileggere. 

Adesso che nel suo cielo feriale  si è aperto uno squarcio  non può dormire, adesso è tempo di  godere di sè, del suo cuore,  della mente  e di assaporarne i frutti. 

Si alza e siede al tavolo da lavoro.

Forse domattina non ricorderò  questi momenti, pensa, ma non sprecherò questa felicità d'oggi che sarà a difesa di qualsiasi  domani. 

- Agostina - dice con voce ferma - per favore può portarmi  la mia lettera 22? 


Fine


Sari, ieri. 



14 giu 2022

Attimi di vita 1

Prima parte


La sera invernale è limpida, fra un attimo i lampioni del giardino si accenderanno e Lei si avvicina alla porta finestra per non perdere quell'attimo  trapuntato di stelle che fra poco la luce artificiale smorzerà. Il vapore che sale  dalla tazza di tisana  che stringe fra le mani  raggiunge il vetro appannandolo.  Lei lo guarda infittirsi fino a formare una gocciolina che piano scende lungo la superficie liscia formando un rigagnolo... d'istinto allunga un dito per disperderla e nel gesto infantile  ritrova la voce della madre che la riprende perchè intende mantenere puliti i vetri e rivive le scommesse con la sorella  sui tempi di arrivo delle gocce, che orientate dal fiato, daranno la vittoria a quella che arriverà ultima alla cornice di legno dell'imposta.  Sorride spensierata  a quell'antico  ricordo ma un istante dopo il  vapore della tisana è tornato solamente una  chiazza sul vetro. 

Posa la tazza sul marmo del tavolino, la tisana non le piace ma chi gliela porge ogni sera sa essere  convincente e lei non vuole essere scortese.  Si riavvicina alla finestra... il cielo l'ha sempre attratta ed in quello reso più scuro  dai lampioni ora accesi, le pare di vedere un volto: chi è, chi c'è là fuori?  Non sa. Non sa ma deve sapere, è importante.  Sempre più importante. S'agita, il cuore accelera i battiti e  sente  impellente il desiderio di chiedere ma non  sa cosa e come...   il respiro si fa pesante e il lobo dell'orecchio tormentato dalla mano che rigira la perla dell'orecchino comincia a dolerle.  

D'improvviso   si ferma  e lo sguardo rischiara...   sì, il volto è quello di suo marito.  Oppure no,  e si riabbuia nuovamente, è quello di suo figlio. L'agitazione la  riprende, qualcosa non va e chiede rimedio...  aria, ha bisogno d'aria, allunga la mano  per aprire la portafinestra che dà sul giardino e la scopre  chiusa a chiave e nella toppa la chiave non c'è.  Ora il male, quel male,  cresce  e Lei grida di spavento. 

- Va tutto bene - dice una voce gentile accarezzandole  piano le braccia - Ora le porto un'altra tisana perchè  questa è ormai fredda.

- No, grazie Agostina - dice Lei chiedendosi come mai conosce il nome di quella sconosciuta -   Hai ragione, va tutto bene. 

Agostina se ne va, almeno lo fa credere, e  dopo  le sue parole rassicuranti  Lei si sente quieta e nell'aria silenziosa della sera percepisce  una musica dolce.  

- Note e biscotti - Dice col sorriso di chi accede a ricordi lieti. L'accostamento è inusuale e  si chiede che relazione possa esistere fra...  

- Basta basta - dice sottovoce ai suoi pensieri - sono  stanca, tanto stanca. 

Cede e si lascia cadere a peso morto  sul divano,  sfila le scarpe e raccoglie le gambe sotto  di sè, con gesto da ragazza. 


Sari, oggi


continua




4 mag 2022

Svago

  Incontri fortuiti



E' lì, appena passato  l'angolo, che l'aspetta il caffè migliore della città a cui lei non può rinunciare... lì, subito dopo la libreria dove lei entra spesso a sognare luoghi lontani e modi di stare al mondo.  Rallenta il passo ed è sbirciando nell'accattivante vetrina che nota, fra i titoli esposti,  il gruppetto di persone all'interno che assiste ad una presentazione editoriale.
- Dieci minuti -  pensa lei incuriosita -  il mio caffè aspetterà solo dieci minuti. Entra e siede silenziosamente all'ultimo posto scordando quasi subito il bar e le sue lusinghe. Il capo eretto,  le mani  abbandonate in grembo e le caviglie appena sovrapposte le danno un'aria da fanciulla ma lei non lo sa.  E' intenta a fissare l'autore mentre legge qualche pagina della sua opera prima  ed è così presa da non farsi distrarre neppure dal chiacchiericcio alle sue spalle. Il libro le piace, è già suo  e tornerà domani per acquistarlo perchè ora ha in tasca solo pochi spiccioli.

Lo scrittore  termina la sua lettura, alza lo sguardo, ringrazia i presenti che s'avvicinano per due parole e la firma del libro  e lentamente lo spazio culturale svuota nell'educato  vocìo  che sempre accompagna i lettori in queste occasioni.
Dal marciapiede arrivano gli echi degli ultimi saluti, la padrona del locale è sulla soglia a dispensare consigli e cortesie  mentre lei, invece, rimane seduta ancora un po' con lo sguardo, che pur ogni tanto cerca di sviare, al medico chirurgo che s'è  da poco scoperto scrittore.   

Lui s'accorge dell'interesse   e quando vede la signora  ormai prossima all'uscita,  d'impulso si avvicina.
- Ci conosciamo? - chiede con voce cortese.
- No - risponde lei. Sorride e fa per andare ma lui la ferma.
- Ho notato il suo sguardo insolitamente attento e mi ero convinto della reciproca conoscenza.  Sa, per mestiere incontro tante persone...
- Non ci conosciamo ma oggi, richiamata dalla vetrina della libreria, sono entrata senza averne l'intenzione... come avessi percepito che lei aveva  un messaggio per me.
- Ha scoperto cosa?
- Non saprei - dice lei con il sorriso e il gesto di chi vorrebbe ma non sa spiegare.
- Potremmo scoprirlo a quel tavolino laggiù, se non ha impegni - dice lui indicando quelli all'aperto del bar. La risposta della signora l'ha intrigato e vorrebbe saperne di più.
- Mi piacerebbe ma ora non posso. Le lascio il mio indirizzo di posta elettronica così quando avrà tempo, e se mi ricorderà, potremo scriverci e fissare un appuntamento.
Si scambiano gli indirizzi, lei gli sorride e saluta mentre lui la guarda allontanarsi  con un poco di inatteso rammarico.
Quella sera stessa apre  la casella di posta e scrive.

"Gentile signora, mi accorgo di non essermi presentato e anche se lei sa chi sono lo faccio ugualmente: Alberto Baldi, ex medico chirurgo presso l'ospedale  pediatrico cittadino. Giovane fino all'altro ieri, mi sono avvicinato alla scrittura per urgenza, per inoltrarmi dentro me e scoprire chi sono, oltre i dati anagrafici. E lei? Mi ha incuriosito il suo sguardo penetrante e vorrei incontrarla per scambiare due parole, forse già in amicizia."

"Io? Mi chiamo Alberta Simoni, ho insegnato in una scuola materna ed ora sono in pensione. Sono in buona salute,  non ho bisogno del suo intervento professionale, se è questo che ha pensato di me e del mio sguardo. Anch'io sono stupita di quel  che ho provato appena mi sono seduta nel locale. M'è parso di avere bisogno delle parole  che stavo ascoltando e non si è trattato di fascinazione ma  di qualcosa di meglio, è stato come guardare ... ecco... ho provato il desiderio di rubarle attraverso lo sguardo qualcosa che m'era necessario. Buffo no? Le persone non capitano mai a caso nella nostra vita e se questa mattina, nonostante il forte desiderio di un caffè, ho provato l'impulso di fermarmi ad ascoltarla,  un motivo ci sarà sicuramente.  Lei mi ha trattenuta... la ritengo dunque responsabile  di quel mio sguardo".

"Gentile Alberta, mi permette di chiamarla così? Non so dirle quanto mi senta felice per quel che mi ha spiegato tanto bene e  non le paia esagerato perchè è così che mi sento.  La mia professione non mi ha permesso di pensare ad altro  che ai miei piccoli pazienti e ora che in età di riposo ho cercato un'altro vivere, ho scoperto qualcosa di me di cui non sapevo... un'acutezza  di sentimenti che quasi mi mette  in imbarazzo ma che sento necessario esplorare.  Se prima tutti ricorrevano a me, ora m'accorgo d'avere anch'io lo stesso bisogno... e che posso soddisfarlo. La scrittura nasce così".

"Caro Alberto, avere uno  stesso nome  è già come somigliarsi almeno un poco. La mia vita è stata densa, non completamente scelta, ma sono rimasta felicemente fedele al compito  cui la vita mi aveva instradata ed  ora che sono libera da impegni cerco di riannodare fili, o forse solo  i pensieri di ragazza che fatico a ritrovare. Pensando agli anni passati,  quasi non mi riconosco in questo felice  viaggio a ritroso, verso una giovinezza ancora da percorrere. Oggi non sono solo una ex insegnante ma una piccola  regina. O forse più semplicemente  una specie di  Renée,  la comunissima  e contemporaneamente  straordinaria portinaia di  Barbery.  Ha forse letto "L'eleganza del riccio"?   Non credo di poterle descrivere   quanto m'intrighi questa mia nuova spensieratezza... o forse la conosce di già?".

"Cara Alberta, che piacere leggerla e scoprire quanto siano vicini  i nostri pensieri. M'interessa quella sua limpida realtà, la spontaneità con cui si presenta a nuovo  al mondo e il modo in cui  lo fa.
Caffè? Domattina, ore nove, al bar vicino alla libreria? Io ci sarò".

E c'è anche lei a quel bar mentre  il caffè pian piano fredda.



S.

16 apr 2022

Piccola storia

 

Un piccolo Tir
- - - - - - - - - - - - - - 

Dentro la grande officina, nei rumori musicali che scandiscono una costante automazione,  qualcosa di eccezionale nella sua normalità  sta  accadendo ed è  la nascita di un piccolo Tir. 
Sia chiaro, i Tir non nascono piccoli per poi crescere... perchè non sono altro che un insieme di pezzi che  vengono assemblati  da braccia umane e meccaniche, ma tutti quei  passaggi non sono sterili e possono farsi cure  atte a rendere possibile una forma di Vita. 

Nell'officina il clima è tiepido, i rumori che giungono dall'esterno sono attutiti e il nostro piccolo Tir può crescere, giorno dopo giorno, prendendo forma. Mentre ride, sobbalza e freme nei vari passaggi di lavorazione, pone   attenzione a tutto ciò che  lo circonda e cerca di  immaginare  quel mondo di cui  presto farà parte. 
Nei lunghi mesi necessari alla sua creazione, di voci ne ha ascoltate tante e lui pone attenzione a quelle dei colleghi anziani  tornati lì per aggiornarsi  e quelle umane che raccontano della  vita fuori. Sono voci preoccupate e parlano di guerra, di bombe e di vite spezzate. Lui non sa cosa sia la guerra ma inorridisce e vorrebbe zittirle. 

Qualche mese è trascorso e Tir è quasi pronto per essere consegnato. Ora che i rumori sono terminati, si può concentrare su altro.  Da qualche giorno ha acquisito una sensibilità nuova  che gli permette di percepire il vigore  delle sue ossa metalliche  e sentire  scorrere, come sangue, la linfa del  lubrificante che gli permetterà il movimento... sa anche di poter  contare sulla solidità di ogni suo singolo bullone e questo lo rende sicuro.
Ogni giorno sente in cuore, o in un luogo che ne fa le veci, un senso di potenza mai  immaginato e ne è  sorpreso e contento.  
E' bella la vita e lui contribuirà  a renderla migliore.

Il gran giorno arriva e il giovane Tir è pronto, perfetto,  lustro  e già in attesa davanti alla grande saracinesca che  lo  separa dalla  strada... è ancora buio ed è in quell'attesa  che accadde  qualcosa di  inimmaginabile... qualcosa  che gli umani chiamerebbero momento onirico. Nessuno creda che i tir non sognino perchè, vi assicuro,  lo fanno spesso e quel rumore-sbuffo che viene attribuito ai freni non è altro che un sospiro, un attimo di sospensione, un cuscinetto  fra il sogno e il reale.
Tir sta sognando il  suo primo viaggio... e  gli pare di vederlo entusiasmante, speciale, straordinario...  qualcosa che ricorderà nel futuro durante le  lunghe e noiose file autostradali che certamente  incontrerà.  Avesse già imparato a farlo, in questo momento emetterebbe  un lungo sospiro. 

Passa  di lì, proprio in quel momento, una Potenza... una delle tante, sempre all'opera, di cui l'umanità manco s'accorge,   capta il desiderio di Tir e  decide di soddisfarlo. I grandi miracoli sono inutili e il mondo si deve salvare da solo, pensa,  ma un attimo di gioia può favorire gli animi.   Sì.  

Il mattino arriva, la grande saracinesca s'alza e Tir esce per la prima volta nel sole. L'aria lo ubriaca di emozioni  e si sente talmente euforico da non notare il solletico che gli procurano gli adesivi sui fianchi. Sono grandi,  allegri e sotto la scritta  ad arco "bambini felici" ci sono manine dalle dita aperte e colorate  coi colori della bandiera della pace. 

Il carico è pronto, sono casse leggere e profumate che contengono  uova di cioccolato destinate a bimbi di tutto il mondo... bimbi  bianchi, neri, gialli, arancioni o rossi  che dovrebbero essere, per statuto,  sempre contenti. 
- Corri - gli  dicono sorridenti  la signora ed il signore   che le hanno donate -  debbono arrivare entro oggi. 
E il nostro Tir, orgoglioso di tanto incarico, parte deciso.  Corre, corre, corre mentre le campane,  in qualunque posto posteggi per consegnare il suo dolce carico, cantano a festa.  E ne hanno  ben  motivo:  è  il giorno di Pasqua. 



Sari - oggi





9 feb 2022

Un raccontino (seconda parte)

 La sposa

(prima parte)


Un brillìo attira il suo sguardo... eccolo lì il perfido e dispettoso anello,  s'è posato sul gradino a un passo da lei e pare chiamarla.  Allunga prontamente  la mano ma  il movimento incauto le fa perdere l'equilibrio. Si rialza,  spettinata e strappata, è decisa  in qualsiasi modo  a risalire... ma la vegetazione pare volerla avvolgere con spine da cui non sa districarsi e si sente prigioniera. 

Nel cielo perfettamente azzurro, un aereo s'annuncia  e lei , inutilmente speranzosa alza le mani in segno di saluto e d'aiuto. La vedranno, la soccorreranno?   Si guarda ancora una volta attorno... la situazione in cui si trova ha un che di grottesco, tanto che le viene da ridere ma le ferite cominciano  a bruciare e s'abbandona a un pianto disperato... almeno quello lo sentiranno gli invitati, sua madre, suo padre, suo fratello, le amiche... 

Le lacrime ingigantiscono l'oro della fede che è sempre lì,   a un passo dalle sue dita e a questo punto, indispettita, decide di raccogliere la sfida  che quel piccolo monile pare lanciarle.   In fondo basta sporgersi un  po'... ancora un po'... ancora un po'...    Perde l'equilibrio e, senza appigli, cade nuovamente e questa volta non si rialza,  rimane così, a occhi chiusi e braccia aperte  sui rovi.  Il  viso segnato da lacrime nere e l'abito ridotto a un cencio  macchiato di sangue  la fanno rassomigliare alla  giovane protagonista di un film noir.  

L'hanno cercata dappertutto e qualche ora dopo la trovano. E' immobile, un filo di sangue segue i contorni del viso e   pare accarezzarlo.   Accanto alla sua mano sinistra la fede del marito brilla sul sasso.  Si grida di sollievo e di spavento. 

Lo sposo la guarda impietrito, inorridito ed è il padre a soccorrerla, a portarla a braccia mentre la madre chiama  convulsamente il 118.

Raggi, tac, medicazioni multiple  e il braccio sinistro imprigionato nel tutore sono l'esito dell'avventura occorsa in quel giorno  che doveva essere il più bello della sua vita di sposa.  La piccola fede è sul tavolino da notte e lei non intende usarla più. Lo sposo non si è fatto vedere (odia gli ospedali)   ma chiama al cellulare e manda messaggi su messaggi a cui lei ha smesso di rispondere. Sarà semplice annullare le nozze e il suo sarà il matrimonio più breve della storia. 

Domani verrà dimessa ma non abiterà la casa coniugale... tornerà nella sua di ragazza, butterà  le  scarpe tacco dodici, si  licenzierà dallo studio di cui non condivide le scelte,  contatterà la ditta tedesca che le aveva offerto l'allettante posto di lavoro  e  sa che quella vita  le piacerà.  Nel dormiveglia, e nonostante tutto,  sorride e benedice quella fede ballerina  a cui aveva posato un bacio prima d'infilarla al  dito del suo sposo. La ringrazia per essersi prestata al gioco di un destino  che s'è intrufolato nella sua vita, seppure in modo  stravagante e doloroso e si appresta al riposo.  

Nella semincoscienza che precede il sonno vede un cielo limpido dove vola  un aereo: è quello che aveva salutato dai rovi  e nota che sta lasciando una scia.  Legge:  sii il destino di te stessa.

                                                                               Fine

Sari

 

8 feb 2022

Un raccontino

 La sposa


La sposa in abito  bianco spicca  nel verde che attornia la bella location dove si sta svolgendo la festa di nozze; è radiosamente bella e felice. Il momento è quello delle chiacchiere, del buon rinfresco che si consuma fra  l'allegria che  ha già contagiato  tutti e degli abbracci fra persone che si vedono, con piacere,  solamente a matrimoni e funerali. 

La sposa è un architetto che  ha messo da parte il suo sogno di occuparsi  di  bioarchitettura e altrettanto ha fatto con la pubblicazione della sua tesi di laurea sull'edilizia  sostenibile.  Ha accantonato anche  il contratto che l'avrebbe portata a viaggiare  perchè il suo fidanzato l'aveva fortemente indirizzata in uno studio cittadino che avrebbe permesso alla famiglia di cenare ogni sera insieme.   

Lo sposo  è un ingegnere con una brillante carriera avviata e un radioso futuro davanti.  Ha mille amicizie, mille contatti e qualcuno di loro è stato invitato utilmente  alle nozze.  Ora è  al centro del gruppo di amici di  "chiacchiere & scherzi", ha fra le dita un calice e la sua risata allegra sovrasta la piccola folla che si spiega attorno al buffet.

La sposa invece è vicino alla breve scalinata che porta a un fascinoso giardino incolto dove i fiori di un'antico giardiniere mischiano felicemente con quelli spontanei, altrettanto belli. Chiacchiera con le amiche a cui racconta, con entusiasmo,  dell'imminente viaggio di nozze.   Una  piccola band musicale comincia a suonare in sordina... fra poco si ballerà e loro trasformeranno lo spazio all'aperto in discoteca. L'atmosfera è dolcemente rilassata e la felicità è alla portata di tutti. 

In un  insolito gesto d'esuberante allegria, lo sposo  butta in aria un braccio e vede   la fede  sfilare dall'anulare  per  volare lontano. Il cerchietto atterra a balzelli sui gradini dove sosta la sposa con le amiche, fa una breve giravolta e rotola verso la scalinata.  Allarmato,  lo sposo chiede all'appena dichiarata moglie di raccoglierla.  

- E' lì, guarda, è lì vicino a te - dice concitato.

Lei sta parlando con un'amica,  non sa di quel che sta succedendo ma si volge dove lui indica e comincia a scendere i pochi gradini. E' impacciata a causa di  quei tacchi altissimi che lui da tempo le chiede di indossare  ma l'anello, pensa,  si fermerà qui vicino, fra i primi cespugli. 

Eccolo lì il fuggitivo, lei si china per afferrarlo ma le sfugge rotolando chissà dove.  Dice  al marito che no, non può proseguire... e indica  le sue  scarpe inadatte.   Ma lui l'incalza. 

- E che sarà mai -  le dice ridendo.

- Cominciano i tuoi doveri di moglie -  la deridono gli amici burloni.

Lei sorride, scende ancora qualche gradino, non vede più l'anello e non sa che fare, vorrebbe risalire e si volta  per farlo ma suo padre l'esorta, la madre la guarda con apprensione  ma tace. Le amiche paiono fare il tifo per quell'insolito  "inseguimento dell'anello perduto" e ridono.  Gli amici  le danno indicazioni poco probabili e le burle producono forti risa... lei  ride con loro, sta al gioco,  allunga la mano, scosta e cerca ma la fede nuziale, che  pare stregata, si mostra e si nasconde in quello che pare un suo  personale gioco. 

- Vieni ad aiutarmi - invoca il marito.

- Arrivo fra un attimo - le risponde. 

Lui però tarda, lei è in una posizione scomoda e scende qualche gradino di quella scala che, da breve, pare allungarsi man mano che scende.  Ogni tanto si volta per  vedere se lui arriva ma no, non  c'è.  

I fiori spariscono e la vegetazione diventa un intreccio di  rovi;  lei non se la sente  di proseguire  e chiama il marito con voce imperiosa.  Lui non c'è,  nessuno la sente, il gioco dell'anello perduto è finito e chi la seguiva con lo sguardo ha abbandonato l'improvvisato divertimento.  Le voci allegre della festa paiono provenire da un altro mondo da cui si sente esclusa... quasi offesa...   ma non le resta che continuare a cercare, deve farlo o la fede benedetta sarà perduta. 

Cerca, scruta... ma ad una piccola giravolta   il vestito s'impiglia ai rovi  infittiti e, per buon peso,  il sottilissimo tacco d'una scarpa s'incastra in una crepa della scalinata e non ne vuole sapere di staccarsi.  Si china per districarlo e quel  movimento brusco provoca un suono  che denuncia lo strappo di una parte del prezioso abito.   Nel raccogliere i lembi  di pizzo s'accorge di sanguinare e  quella è la goccia che fa traboccare il vaso.   Stranita, stanca, preoccupata e ormai resa, si volta  e grida, sa che il piccolo piazzale è pieno di gente,  qualcuno la sentirà e la soccorrerà.  

Nessuno la sente ma non si scoraggia...  lei è la sposa,  si dice rassicurandosi,  è il giorno più bello d'una vita, la cercheranno per le foto,  la troveranno. 

- Torno indietro - pensa - anche senza anello. 

Si guarda attorno per progettare la risalita scoprendo d'essere scesa oltre il previsto e  la cima della scalinata  ora le pare  un buco di luce lontano dove a tratti  compaiono e scompaiono gli invitati come   brevi  brandelli colorati  in movimento. 

Il  piede scalzo la impensierisce,  vorrebbe un corrimano  e anche  sedersi per riposare ma non c'è modo di farlo e appoggiata ad un piccolo pilastro, residuo di chissacchè,  pensa al daffare. 


Sari 

(continua)


15 dic 2021

Natale Express

Ogni anno la brava Sciarada del blog  Anima Mundi organizza un viaggio attraversando i blog per attendere insieme il  S. Natale.  Il treno è il Natale Express oggi ferma  a VoceDiVento 



Accolgo i passeggeri con... 

Il mio acrostico natalizio    


     

   VieniEterno  - Gesù LietiIncessantementeAttendiamo 





Un piccolo racconto che ha per titolo

- Il   Natale   di   Borbottino -

 

L'inverno, annunciato da sgarbati venti  autunnali,  stava arrivando a grandi passi e  la famiglia Borbotti, come tutti gli esemplari della loro specie,  era già  al sicuro nella calda tana, desiderosi si abbandonarsi al lungo sonno stagionale che li avrebbe preservati fino a primavera  quando... un suono lontano fece sobbalzare il piccolo Borbottino.

- Chi è, che sarà mai ? -  chiese strofinandosi gli occhi.

- Nulla - disse mamma Borbotta  mezzo assonnata, stiracchiandosi - Chi suona  sta anticipando  la festa di Natale, un evento umano che non fa per noi.  Questo è il tuo primo letargo - aggiunse carezzandolo - buon riposo  piccolo mio.

- Oh no, io non voglio dormire - disse Borbottino  ergendosi in tutta la sua breve altezza -  voglio vedere il Natale, ne parla mezza foresta e vorrei proprio partecipare. 

Così dicendo Borbottino si alzò, spolverò qualche filo d'erba  dalle piccole spalle e si avviò all'uscita della tana.

Mamma Borbotta volse lo sguardo al suo compagno che, steso nella paglia, dormiva profondamente.  Aveva fatto un buon lavoro rendendo calda e sicura la loro tana  e, dopo tanto impegno, era sicuramente  stanco. Guardò anche il figlio e, vedendo che intendeva uscire per davvero, con occhi gonfi di sonno si alzò  e lo raggiunse. 

- Ragiona figliolo,  non potremo mai partecipare al  Natale perchè  si festeggerà  nel freddo  inverno e se la nostra specie non si abbandona  al lungo sonno invernale non sopravviverà. Rassegnati e torniamo  a dormire.

Ma il piccolo non era disposto ad ascoltarla e mamma Borbotta, che sapeva quanto fosse testardo quel suo cucciolo, pur sospirando di disappunto  cercò di mediare concedendogli  di  uscire per cercare un amico che potesse assistere in vece sua alla grande festa,  per poi  goderne il racconto a primavera. 

- Dieci minuti sai, non uno di più.  

Borbottino non se lo fece ripetere due volte e  corse  a cercare  il Merlo dal collare bianco, suo  maestro  di chiacchiere. Lo trovò fra i rami di un rovo e lo chiamò.


- Amico Merlo, sai quanto mi piacerebbe assistere al Natale, vedere la grande Stella e tutto il resto di cui il bosco già parla  perciò,  ti prego, dimmi che al mio risveglio mi porterai un segno del Natale e ne farai un dettagliato racconto. 

- Fifiufirulì... vedrò che posso fare - disse  il Merlo dal collare bianco fiondandosi su una bacca appena caduta -  Tra poco arriverà la sera e occorre spicciarsi. 

- E chiedi in giro se fosse possibile spostare la festa in autunno, così che il prossimo anno possa parteciparvi - insistette Borbottino. 

-  Fric cio cio cio...  conosco un abete che ogni anno trema di spavento  quando si avvicina Natale... chiederò a lui di parlarmi di questa festa di cui so poco. 

- Fai presto, per favore, comincio a cadere dal sonno. 

Merlo dal collare bianco volò via ma tornò poco dopo per dirgli che no, non era possibile spostare la festa  e che l'amico Abete Bianco s'era commosso  così tanto sentendo della sua richiesta da avere progettato per lui un dono natalizio molto speciale.  

- Uhm, ma sarà come  un vero Natale? -  chiese Borbottino con tono sospettoso.

- Eh quante ne vuoi sapere - disse il Merlo che non  sapeva  che rispondere...  mai che gli si chiedesse delle sostanze nutritive delle bacche rosse e come si diversificassero dalle violacee...  

- Firulìfirulà... ecco...  - tagliò corto Merlo - occorre accontentarsi nella vita, sei ancora piccolo ma lo imparerai presto. Fai gli ultimi preparativi per il lungo sonno e torna qui tra dieci minuti, ti aspetterà, come assicura Abete, una sorpresa. 

Furono i dieci minuti più lunghi della sua vita ma trascorsero e Borbottino uscì dalla tana con la mamma  cui aveva raccontato delle promesse di Merlo. 

La prima cosa che udì  avvicinandosi alla soglia della tana, fu uno strano suono che somigliava a una musica. E infatti lo era e i suonatori erano Vento e  le delicate Foglie che, avvoltolate dal suo soffio, producevano un suono armonioso. Subito dal bosco sbucarono gli abitanti della foresta, gli uccellini maestri di canto spiegarono le piccole gole e intonarono canti a cui, ognuno con la voce di cui madre natura lo aveva dotato, fece coro. 

Il suono che ne risultava era disarmonico, disarticolato, cacofonico e a tratti  stridente ma così pieno di sentimento che tutta la foresta rimase immobile ad ascoltare.  Mai si sentì musica più bella. 

Borbottino  guardò stupito quelle bocche che cercavano di accordarsi, d'ingentilirsi  e di dondolarsi seguendo un personale senso artistico e l'emozione divenne quasi un groppo in gola. Era un vero canto d'amore.  

Li guardò uno ad uno senza trovarli  stonati e ridicoli, di voce troppo alta o troppo roca...  e più li guardava più la sua commozione divampava.  La musica era attorno e dentro lui, come una calda coperta da cui si sentiva avvolto.  Tutti erano lì, per lui,  e stavano emettendo suoni, fino a quel momento a loro  proibiti,   per farlo contento. 

Intanto in cielo, quasi comandata,  s'accendeva una stella  e nella prima oscurità a lui parve essere la Cometa di cui aveva sentito parlare. 




Col cuore pieno di commossa gioia, gli occhi pieni di lacrime buone, disse a Merlo:  

- E'  questo, è così  il Natale? E' la gioia che ho in cuore? Allora è  potente il Natale perchè ha toccato anche  il cuoricino degli  amici della foresta che hanno cantato per me. 

E poi guardandolo meglio:

- Vedo che l'emozione  ha preso anche te amico mio. 

Merlo, imbarazzato, batté le ali ma rimase sul ramo. 

- Sono feliceeeeeeeeee - urlò al cielo e gli parve di sentire l'eco portare il suo grido fino a valle. 

- Vi ringrazio tutti - disse ad alta voce quando il coro sfumò  -  oggi  è Natale nel cuore,  ed ora che so cos'è lo cercherò   al risveglio e in ogni stagione. 

Il Merlo dal collare bianco volò su un rametto facendolo dondolare e sperò che il discorso del Natale fosse concluso perchè non aveva capito fino in fondo la questione che l'amico Abete gli aveva spiegato... ma se era come aveva detto Borbottino, se era quel che sentiva in petto anche lui, beh,  il Natale era una gran bella cosa.

Borbottino ringraziò ancora una volta Vento, Foglie, Animali (con le ali o senza)  e crollò fra le braccia di messer Letargo proprio  sulla soglia della tana. Mamma Borbotta, intorpidita dal freddo,  lo prese fra le zampette anteriori, lo trascinò a stento nella tana e barcollando verso il giaciglio vi  si lasciò cadere accanto al figlio che s'era addormentato  sorridendo. 

Sorrise anche lei e mentre si abbandonava al sonno pensò che a primavera avrebbe messo ordine nel gomitolo di pensieri che il suo figliolo  aveva, con la sua ostinazione, attivato.

Dallo spiraglio  che babbo Borbotto aveva prudentemente lasciato per il ricambio dell'aria, un angioletto in ricognizione captò  il profumo del sentimento che ancora aleggiava attorno a Borbottino addormentato,  si commosse, s'accoccolò su un alto ramo e, soddisfatto,  s'addormentò. 


Fine

s.

 

                                          

E per  ultimo, ecco  un breve Rebus

Rebus (frase 6 - 7 - 1 - 8)


Appena venuta al mondo

Pronome femminile 

N

Società Italiana Ematologia

Io accusativo

Strumento per abbattere

Ampia insenatura

 

 


Domani 15 dicembre,  il testimone passerà  a    Negus  del blog Ad Nutum

Buon Avvento a tutti


Sari




20 ott 2021

Donne - L'Argia


Il paese non era che un anonimo agglomerato di case in un territorio emiliano di mezza montagna  che di particolare aveva solo il nome: Avino di Sopra e l'unica  stranezza consisteva nel fatto che non ce ne fosse uno di Sotto. L'Argia abitava lì. 

Per i suoi genitori, che l'avevano concepita in tarda età, quella bimba  briosa e allegra  era stato un dono del cielo e se ne sentirono sempre grati. Era anche bella l'Argia e quello che le si era aggiunto nel suo diventare donna  era andato soprattutto a vantaggio dell'altezza che era d'una spanna oltre la media.

A guerra appena passata, l'Argia aspettava d'innamorarsi e a sedici anni era giusto fosse così. Intelligente, simpatica e avvenente, non le mancavano di certo i corteggiatori ma i ragazzi del 1920, la cui statura si fermava al massimo al metro e 60, non le perdonavano  quei settantadue centrimetri oltre il metro e dopo qualche  schermaglia amorosa le preferivano le altre, più basse.  Poco a poco  fu chiaro a tutti che una moglie che avrebbe guardato il marito dall'alto al basso non fosse cosa accettabile per i giovani paesani e così l'Argia, pur richiestissima, celebratissima, a vent'anni divenne ufficialmente zitella senza alcuna possibilità di cambiare il suo stato civile.  

Il tempo passava, l'Argia attirava sospirosi sguardi ma... ahi quei quindici centimetri di troppo...

Lavorava al banco del forno paesano e nel tempo libero raggiungeva le amiche in un fienile dismesso dove le donne anziane  lavoravano la paglia mentre loro si scambiavano allegre notizie  che vestivano di straordinarietà.

Ad Avino di Sopra la vita  era monotamente  scandita da lavoro, arrivi e dipartite, ma la gente era allegra, aveva voglia di scordare sangue,  bombe  e ai pomeriggi di festa bastavano una fisarmonica e poco altro  per radunare in piazza chi aveva voglia di ascoltare musica e ballare fino a che le gambe reggevano.  

Nuovi balli erano arrivati da chissà dove e ciascuno si dava da fare per impararli ed insegnarli ad altri.  In quelle occasioni, facevano corona ai ballerini  una cerchia di spettatori che, seduti su seggiole di paglia  portate da casa, accentuavano l'allegria con commenti, anche salaci e ad alta voce, a danno dei ballerini. Baie di cui nessuno si offendeva. 

In quelle occasioni capitava si formassero nuove coppie... e se in quei pomeriggi l'Argia aspettava di trovare il suo 'lui' non lo dava a vedere, così come pareva non spiacersi  guardare le coetanee,  una dopo l'altra,  andare all'altare.  Però un segreto l'Argia l'aveva: sognava.  Altroché se sognava... e alto o basso che fosse, l'uomo sognato era un tipo coraggioso, buono, sorridente e sincero. Mentre l'aspettava, intimorita dal suo stesso desiderio, rideva, cantava e coglieva i frutti dell'orto.

- Vuoi ballare? Le chiese un giovane straniero quel giorno di maggio che la vedeva compiere ventidue anni, mentre un complessino amatoriale suonava una mazurka tutta nuova.

- Sì - ripose lei cercando il modo di guardarlo meglio senza farsi scorgere. 

Si chiamava Mentore,  non era bello, non era alto ma aveva occhi ridenti e lei se ne innamorò all'istante. Anche lui confessò l'attrazione che provava per lei e  subito si  fidanzarono fra lo stupore gioioso di tutto il paese. Non passò neppure un mese che, vinti dalla passione, s'accasarono. 

- Ci sposeremo dopo la vendemmia, disse lui che era contadino con parecchie vigne. 

Ma quella stagione non arrivò mai perchè ci fu sempre una ragione plausibile per rimandare le nozze e i compaesani smisero di aspettarle senza che alcuno si scandalizzasse per quella situazione irregolare... d'altra parte per l'Argia era  sempre meglio la convivenza che rimanere sola per tutta la vita.

- Ci sposeremo all'arrivo di un bambino, disse nuovamente lui 

La vecchia casa gioì per il grande amore a cui dava tetto e si entusiasmò per l'arrivo dei cinque chiassosi figli che  l'Argia e il compagno  accolsero e crebbero armoniosamente. Furono anni densi di lavoro, di pensieri e non ci fu tempo  per pensare ad altro che al presente mentre i calendari sfogliavano senza memoria, come solitamente succede  quando non capitano eventi eccezionali.

Con il lavoro di entrambi raggiunsero una buona pace economica e  si ebbe tempo per pensare. 

- Ci sposeremo?, chiese lei una sera, dandogli le spalle, mentre rigovernava i piatti e pensava ai figli, a se stessa e al futuro.

- Certamente, rispose distrattamente lui continuando a sfogliare le grandi pagine del giornale domenicale.   

Il "quando" che le urgeva in cuore, le  rimase in gola. 

Uno dopo l'altro i figli, tutti alti e maschi,  sposarono piccole ragazze bionde e brune  e la coppia di contrabbando rimase sola.

Una sera, accanto al camino, lui guardò la compagna seduta accanto intenta a cucire, pensò che era  ancora bella seppure segnata dal lavoro e dall'età e, con un sorriso enigmatico, le rivolse una domanda. 

- Ti sei mai pentita d'avermi detto sì senza ci fosse di mezzo l'altare? 

- No, rispose debolmente lei alzando gli occhi ma con quell'attimo d'esitazione che lui percepì. 

- Vorresti ancora sposarti? - chiese lui  per poi dire precipitosamente - Certo che saremmo proprio buffi noi due, a quest'età, seduti come giovinetti a farci promesse che abbiamo già mantenute. 

- Forse, rispose lei a cui il messaggio era arrivato chiaro e forte rimettendosi al lavoro.

Di nozze non se ne parlò più e quando lui  anni dopo morì, lei non versò pubblicamente una lacrima ma a sera, partiti tutti, ormai sola nella grande casa, salì in mansarda, aprì un baule e pianse, pianse a lungo accovacciata su quella nuvola di tulle bianca  ormai stropicciata e ai sogni lì conservati e ora sepolti.


Fine


Come prima lettrice di questo racconto, mi chiedo come mai, pur amando l'Argia  e sapendola solida e fedele, Mentore  non l'abbia voluta sposare, ben sapendo quanto lei tenesse a farlo.  Che sia stata la rivincita su quei dieci centimetri che lei aveva in più? 


Sari






27 lug 2021

Tre sguardi per una rapina

 Il ladro

Il gioielliere 

 

 III - La telecamera


Immobile, l'occhio efficiente sempre vigile, la telecamera che stazionava da anni sulla costruzione opposta alla gioielleria ricordava l'entusiasmo iniziale per quella collocazione che presagiva densa di emozioni.  Essere postati in una via centrale, davanti a una importante gioielleria era quanto di meglio potesse sperare e già si vedeva testimone di mille avventure, fughe, sparatorie, forse un omicidio  e lei  sarebbe stata al centro di ogni fatto, determinante e pronta a stabilire certezze in favore della giustizia.
Invece non era andata così e la vita snocciolata sotto i suoi attenti occhi era quanto di più banale potesse supporre. Monotona e senza gloria.
Delusa da tutto quel tempo trascorso a guardare un via-vai senza storia, capitò che un mattino, proprio quel mattino, si sentisse tanto giù da sentire una lacrima scendere dal suo unico occhio e capitò proprio nell'istante  in cui il ladro usciva frettolosamente dal luogo del suo misfatto.

Poco dopo attorno alla gioielleria ci fu un'incredibile movimento... e dopo ancora arrivarono mezzi da cui sbarcarono persone con la scritta "Scientifica" sulla schiena e si chiese cosa mai fosse accaduto dentro il negozio. Spinse lo sguardo fino a sfuocarlo,  non vide che ombre ma quel che era accaduto lo udì salire dal capannello di curiosi che stazionavano proprio sotto la sua postazione. Un tentato furto, ecco cos'era accaduto, e la polizia avrebbe contato sulla registrazione della telecamera per dare un volto al malfattore che doveva pur averne registrato l'uscita a volto scoperto.

L'avrebbero consultata, finalmente... la gioia della telecamera arrivò alle stelle ma l'euforia durò poco perchè, dopo qualche ora, sentì i tutori dell'ordine dire  che no, la registrazione risultava sfuocata proprio negli attimi in cui il ladro fuggiva,  come se un velo d'acqua l'avesse offuscata rendendola  infruttuosa.

La Scientifica, poi, disse di non avere rilevato nulla di importante nei guanti che parevano nuovi e senza traccia del costruttore. Anche le impronte, ben chiare, non trovarono riscontro fra quelle del casellario giudiziario e quindi sarebbero state solo conservate, nel caso che il malfattore avesse compiuto un'altra prodezza.
Il gioielliere, abituato a conservare l'aplomb, lo fece anche alla notizia che il ladro non sarebbe stato rintracciato, ringraziò le forze dell'ordine e si apprestò a gustare il suo caffè di mezza mattina. Posata la tazzina sul piattino, si avvicinò alla porta a vetri e guardò davanti a sè, verso la telecamera.

Inutile!, una telecamera come lei! Cos'era successo? Il fatto parve incredibile al suo stesso occhio ma poi ripensò al momento di tristezza, alla goccia di commozione e sentì un groppo formarsi non si sa dove.  No, non era possibile che lei, proprio lei, avesse contribuito a lasciare un malfattore in libertà,  scacciò il pensiero molesto e si disse che il momentaneo oscuramento poteva essere stato prodotto da una goccia di pioggia, da un escremento lasciato cadere in volo o da chissà che altro.
Non si sentì colpevole ma non si abbandonò mai più alla commiserazione, non pensò che i giorni svolgessero monotoni, fu sempre attenta e ligia perchè la vita è imprevedibile e occorre farsi trovare pronti quando il momento di gloria arriva, senza banchetti o  fanfare, a baciarti.

Mentre si apprestava con diverso spirito ad osservare quanto accadeva nel suo raggio d'azione, la telecamera vide sulla porta il  gioielliere, sentì il suo sguardo e le parve... ma sì... le stava proprio strizzando l'occhio.
Non ne seppe la ragione ma si sentì felice. 

 

Fine


Sari