Augusto 1
Augusto 2
Erano nati in un mondo armonioso dove tutti erano uguali... somaro fra somari. Stesso cibo, stesso modo di comunicare, stesse esigenze e stesso aspetto anche se c'erano parecchie sfumature a caratterizzare ogni essere.
L'unico suono, ad esempio, era il suono "ìo" anche se , come dicevo, ognuno aveva un suo timbro di voce e un proprio modo di emetterne il suono.
Non esistevano differenze di genere e non esistevano categorie perchè giovani, vecchi, maschi, femmine avevano un loro ruolo e lo assecondavano come natura aveva previsto.
Ogni tanto, per svariati motivi, qualcuno se ne andava ma non esisteva la parola morte perchè la vita era l'unica preziosità e la si rispettava anche quando finiva. Chi partiva veniva ricordato con un poco di d0lore ma soprattutto per l'allegria che aveva sparso in vita e lo si ringraziava per i doni che avevano arricchito la comunità.
Ogni individuo sapeva e poteva capire i bisogni dell'altro e rispettarne la felicità senza soppesare alcunchè. La vita scorreva quindi felice in quel mondo di somari perchè quando un individuo sa chi è e di cosa ha bisogno per sentirsi felice... felice lo è di conseguenza.
Un giorno arrivò un terribile vento e tutti seppero che avrebbe portato qualcosa di non buono e quando la polvere di quel vento cattivo cessò, a terra videro qualcosa che prima non c'era. Era un piccolo oggetto inoffensivo, un segno che non somigliava a nulla di conosciuto. Gli diedero nome D e, non sapendo che farne, lo misero in un angolo ringraziando il cielo per lo scampato pericolo.
L'asino che raccolse l'oggetto misterioso per portarselo a casa, non lo ritenne pericoloso e lo mise in bocca per saggiarne la consistenza e il sapore. Non lo giudicò nè saporito nè utile e lo sputò... ma da quel momento il suo modo di comunicare cambiò e il suono che emise non fu più "ìo" ma divenne "dìo".
Quella lettera D era un inizio e lo si comprese solo quando, nella comunità di somari, arrivarono grandi cambiamenti.
Il suono incuriosì parecchio la comunità di somari ma poi, ritenutolo una forma di distinzione, venne imparato da tutti. Quel suono pareva dare vita a qualcosa di benefico... come avesse la capacità di migliorare il sentimento personale, un bisogno sconosciuto fino ad allora. Produceva una potenza inspiegabile e tutta la comunità di somari divenne quella dei "dìo".
Se tu che leggi provi a pronunciare la lettera "D" senza aggiungere vocali eufoniche, potrai immaginare come quel suono inedito potesse essere scambiato per una forma di potenza. La prima. L'incredibile.
Nacquero così la distinzione e, successivamente, la competizione.
Un altro vento cattivo, più dell'altro che aveva portato la "D", spirò in un giorno di festa, quando tutti erano occupati a riposare e a mangiare più del solito. Era un altro oggetto e fu trattato con prudenza... l'esperienza insegna in fondo... ma la forma era nota come lettera "O", si respirò di sollievo e, non sapendo che farsene, la si accantonò ma qualcuno, in segreto, pensò di usarla mettendola a capo del verso con cui tutti comunicavano e la sperimentò per aumentare il suo personale senso di potenza.
Nacque così la parola "Odio" e la comunità di somari non fu mai più la stessa.
Sari
Avventura
L'Inconsistente s'allunga sulla poltrona, incrocia la mani dietro la testa, poggia i piedi calzati sul tavolinetto che ha davanti e sospira prima di sbadigliare rumorosamente. E' una persona educata e mai avrebbe concesso il sonoro a quella forma di rilassamento ma ora è solo, finalmente solo, e sorride lievemente prima di chiudere gli occhi.
Nel dormiveglia che precede il sonno, si congratula con se stesso perchè, a conti fatti, perdendo ha vinto. Lui non è tagliato per i lavori duri, quelli dove c'è da rimboccarsi le maniche, sporcarsi il gilet e sudare ma questo era da tempo necessario e allora è stato meglio passare tale compito ad altri. E poi tutto quel tirarlo per la giacchetta, quel pretendere, ricattare... suvvia...
D'altronde la provetta col sangue è secca e senza santi a rinfrescarla, i partigiani sono morti da tempo e i figli, cresciuti a latte e racconti, sono ormai vecchi... i nipoti poi hanno ben altre preoccupazioni per cui sì, ha fatto bene a mollare tutto e tutti.
Sa bene d'avere lasciato macerie di ideali (pagati ad alto prezzo) e speranze (altrettanto pagate a caro prezzo) ma non ha rimorsi e sa che verrà richiamato a tempo debito per una necessaria e urgente resurrezione... la provetta avrà così sangue fresco, lui una nuova spilla da appuntare al bavero della giacca e un futuro da... da che? Non sa ma non pone limiti all'immaginazione.
Un leggero e quasi timido russare interrompe il fiotto di pensieri.
Sari
Seconda parte
Dopo la pausa di quiete, senza motivo, tutto cambia, Lei apre gli occhi e la luce che vi si scorge assicura chi la guarda che Lei è tornata.
La Lei ridestata respira a fondo e fa il gesto di rialzarsi ma poi ci ripensa e si abbandona allo schienale della poltrona, immobile, quasi che un solo gesto possa risvegliare l'Altra. Quell'Altra di cui sa. Una nemica che la chiude in un bosco buio e le impedisce di volare, di produrre sogni capaci e conduce a terra tutto ciò che vive solo in cielo. La conosce ma decide di sfidarla, di non darle spazio... non ora, proprio ora che è tornata senza sapere quanto resterà.
Lucida e padrona, gira lo sguardo intorno, poi s'alza, cammina e riprende possesso di quel che è suo. Accarezza soprammobili, sposta cornici di fotografie che ritraggono persone a cui sa dare nome e si ferma accanto alla libreria colma e ordinata che ama tanto. Sfila un libro dallo scaffale e lo apre a caso su una pagina che presenta righe sottolineate. Lo richiude e sosta con la mano aperta sulla copertina, in segno di possesso. La sottolineatura è la sua d'adolescente, quando mente e cuore erano potenti e governabili.
Un fiotto di felicità l'invade, ora sa che l'Altra si impossesserà solo di una parte di lei perché il resto, quello che conta, è dentro una cassaforte di cui solo lei conosce la combinazione. Anche i ricordi sono chiusi lì, disponibili e suoi, suoi per sempre e inattaccabili.
Per un attimo prova l'urgenza del fare di chi sa che di tempo ce n'è poco ma poi si rilassa... userà altrimenti quello spazio, poco o tanto che sia . Le piace scrivere e l'ha fatto tanto bene da essere pubblicata da un grande editore. Cerca fra gli scaffali e trova il ripiano che mostra copertine dai colori pastello che recano stampato il suo nome... li sfila per accarezzarli tutti. Uno ad uno.
- Quel male che corrode mente e ricordi - pensa - mi sta offrendo tregua, non so quanta o se per sempre ma ora sono qui, ancora qui, non risanata ma rinata e godrò d'ogni attimo che strapperò all'Altra.
- Signora, l'accompagno a letto? - dice Agostina alle sue spalle.
- No cara, sono meravigliosamente desta e intendo rimanerlo a lungo. Grazie, vai pure a dormire.
Agostina sbalordisce ed è felice dell'insperato ritorno, accosta piano la porta e corre al telefono.
Lei accende la lampada accanto al divano, sceglie un libro e un altro e un altro ancora, siede, accavalla le gambe e sospira lieta su pagine già lette e da rileggere.
Adesso che nel suo cielo feriale si è aperto uno squarcio non può dormire, adesso è tempo di godere di sè, del suo cuore, della mente e di assaporarne i frutti.
Si alza e siede al tavolo da lavoro.
Forse domattina non ricorderò questi momenti, pensa, ma non sprecherò questa felicità d'oggi che sarà a difesa di qualsiasi domani.
- Agostina - dice con voce ferma - per favore può portarmi la mia lettera 22?
Fine
Sari, ieri.
Prima parte
La sera invernale è limpida, fra un attimo i lampioni del giardino si accenderanno e Lei si avvicina alla porta finestra per non perdere quell'attimo trapuntato di stelle che fra poco la luce artificiale smorzerà. Il vapore che sale dalla tazza di tisana che stringe fra le mani raggiunge il vetro appannandolo. Lei lo guarda infittirsi fino a formare una gocciolina che piano scende lungo la superficie liscia formando un rigagnolo... d'istinto allunga un dito per disperderla e nel gesto infantile ritrova la voce della madre che la riprende perchè intende mantenere puliti i vetri e rivive le scommesse con la sorella sui tempi di arrivo delle gocce, che orientate dal fiato, daranno la vittoria a quella che arriverà ultima alla cornice di legno dell'imposta. Sorride spensierata a quell'antico ricordo ma un istante dopo il vapore della tisana è tornato solamente una chiazza sul vetro.
Posa la tazza sul marmo del tavolino, la tisana non le piace ma chi gliela porge ogni sera sa essere convincente e lei non vuole essere scortese. Si riavvicina alla finestra... il cielo l'ha sempre attratta ed in quello reso più scuro dai lampioni ora accesi, le pare di vedere un volto: chi è, chi c'è là fuori? Non sa. Non sa ma deve sapere, è importante. Sempre più importante. S'agita, il cuore accelera i battiti e sente impellente il desiderio di chiedere ma non sa cosa e come... il respiro si fa pesante e il lobo dell'orecchio tormentato dalla mano che rigira la perla dell'orecchino comincia a dolerle.
D'improvviso si ferma e lo sguardo rischiara... sì, il volto è quello di suo marito. Oppure no, e si riabbuia nuovamente, è quello di suo figlio. L'agitazione la riprende, qualcosa non va e chiede rimedio... aria, ha bisogno d'aria, allunga la mano per aprire la portafinestra che dà sul giardino e la scopre chiusa a chiave e nella toppa la chiave non c'è. Ora il male, quel male, cresce e Lei grida di spavento.
- Va tutto bene - dice una voce gentile accarezzandole piano le braccia - Ora le porto un'altra tisana perchè questa è ormai fredda.
- No, grazie Agostina - dice Lei chiedendosi come mai conosce il nome di quella sconosciuta - Hai ragione, va tutto bene.
Agostina se ne va, almeno lo fa credere, e dopo le sue parole rassicuranti Lei si sente quieta e nell'aria silenziosa della sera percepisce una musica dolce.
- Note e biscotti - Dice col sorriso di chi accede a ricordi lieti. L'accostamento è inusuale e si chiede che relazione possa esistere fra...
- Basta basta - dice sottovoce ai suoi pensieri - sono stanca, tanto stanca.
Cede e si lascia cadere a peso morto sul divano, sfila le scarpe e raccoglie le gambe sotto di sè, con gesto da ragazza.
Sari, oggi
continua
Incontri fortuiti
La sposa
Un brillìo attira il suo sguardo... eccolo lì il perfido e dispettoso anello, s'è posato sul gradino a un passo da lei e pare chiamarla. Allunga prontamente la mano ma il movimento incauto le fa perdere l'equilibrio. Si rialza, spettinata e strappata, è decisa in qualsiasi modo a risalire... ma la vegetazione pare volerla avvolgere con spine da cui non sa districarsi e si sente prigioniera.
Nel cielo perfettamente azzurro, un aereo s'annuncia e lei , inutilmente speranzosa alza le mani in segno di saluto e d'aiuto. La vedranno, la soccorreranno? Si guarda ancora una volta attorno... la situazione in cui si trova ha un che di grottesco, tanto che le viene da ridere ma le ferite cominciano a bruciare e s'abbandona a un pianto disperato... almeno quello lo sentiranno gli invitati, sua madre, suo padre, suo fratello, le amiche...
Le lacrime ingigantiscono l'oro della fede che è sempre lì, a un passo dalle sue dita e a questo punto, indispettita, decide di raccogliere la sfida che quel piccolo monile pare lanciarle. In fondo basta sporgersi un po'... ancora un po'... ancora un po'... Perde l'equilibrio e, senza appigli, cade nuovamente e questa volta non si rialza, rimane così, a occhi chiusi e braccia aperte sui rovi. Il viso segnato da lacrime nere e l'abito ridotto a un cencio macchiato di sangue la fanno rassomigliare alla giovane protagonista di un film noir.
L'hanno cercata dappertutto e qualche ora dopo la trovano. E' immobile, un filo di sangue segue i contorni del viso e pare accarezzarlo. Accanto alla sua mano sinistra la fede del marito brilla sul sasso. Si grida di sollievo e di spavento.
Lo sposo la guarda impietrito, inorridito ed è il padre a soccorrerla, a portarla a braccia mentre la madre chiama convulsamente il 118.
Raggi, tac, medicazioni multiple e il braccio sinistro imprigionato nel tutore sono l'esito dell'avventura occorsa in quel giorno che doveva essere il più bello della sua vita di sposa. La piccola fede è sul tavolino da notte e lei non intende usarla più. Lo sposo non si è fatto vedere (odia gli ospedali) ma chiama al cellulare e manda messaggi su messaggi a cui lei ha smesso di rispondere. Sarà semplice annullare le nozze e il suo sarà il matrimonio più breve della storia.
Domani verrà dimessa ma non abiterà la casa coniugale... tornerà nella sua di ragazza, butterà le scarpe tacco dodici, si licenzierà dallo studio di cui non condivide le scelte, contatterà la ditta tedesca che le aveva offerto l'allettante posto di lavoro e sa che quella vita le piacerà. Nel dormiveglia, e nonostante tutto, sorride e benedice quella fede ballerina a cui aveva posato un bacio prima d'infilarla al dito del suo sposo. La ringrazia per essersi prestata al gioco di un destino che s'è intrufolato nella sua vita, seppure in modo stravagante e doloroso e si appresta al riposo.
Nella semincoscienza che precede il sonno vede un cielo limpido dove vola un aereo: è quello che aveva salutato dai rovi e nota che sta lasciando una scia. Legge: sii il destino di te stessa.
Fine
Sari
La sposa
La sposa in abito bianco spicca nel verde che attornia la bella location dove si sta svolgendo la festa di nozze; è radiosamente bella e felice. Il momento è quello delle chiacchiere, del buon rinfresco che si consuma fra l'allegria che ha già contagiato tutti e degli abbracci fra persone che si vedono, con piacere, solamente a matrimoni e funerali.
La sposa è un architetto che ha messo da parte il suo sogno di occuparsi di bioarchitettura e altrettanto ha fatto con la pubblicazione della sua tesi di laurea sull'edilizia sostenibile. Ha accantonato anche il contratto che l'avrebbe portata a viaggiare perchè il suo fidanzato l'aveva fortemente indirizzata in uno studio cittadino che avrebbe permesso alla famiglia di cenare ogni sera insieme.
Lo sposo è un ingegnere con una brillante carriera avviata e un radioso futuro davanti. Ha mille amicizie, mille contatti e qualcuno di loro è stato invitato utilmente alle nozze. Ora è al centro del gruppo di amici di "chiacchiere & scherzi", ha fra le dita un calice e la sua risata allegra sovrasta la piccola folla che si spiega attorno al buffet.
La sposa invece è vicino alla breve scalinata che porta a un fascinoso giardino incolto dove i fiori di un'antico giardiniere mischiano felicemente con quelli spontanei, altrettanto belli. Chiacchiera con le amiche a cui racconta, con entusiasmo, dell'imminente viaggio di nozze. Una piccola band musicale comincia a suonare in sordina... fra poco si ballerà e loro trasformeranno lo spazio all'aperto in discoteca. L'atmosfera è dolcemente rilassata e la felicità è alla portata di tutti.
In un insolito gesto d'esuberante allegria, lo sposo butta in aria un braccio e vede la fede sfilare dall'anulare per volare lontano. Il cerchietto atterra a balzelli sui gradini dove sosta la sposa con le amiche, fa una breve giravolta e rotola verso la scalinata. Allarmato, lo sposo chiede all'appena dichiarata moglie di raccoglierla.
- E' lì, guarda, è lì vicino a te - dice concitato.
Lei sta parlando con un'amica, non sa di quel che sta succedendo ma si volge dove lui indica e comincia a scendere i pochi gradini. E' impacciata a causa di quei tacchi altissimi che lui da tempo le chiede di indossare ma l'anello, pensa, si fermerà qui vicino, fra i primi cespugli.
Eccolo lì il fuggitivo, lei si china per afferrarlo ma le sfugge rotolando chissà dove. Dice al marito che no, non può proseguire... e indica le sue scarpe inadatte. Ma lui l'incalza.
- E che sarà mai - le dice ridendo.
- Cominciano i tuoi doveri di moglie - la deridono gli amici burloni.
Lei sorride, scende ancora qualche gradino, non vede più l'anello e non sa che fare, vorrebbe risalire e si volta per farlo ma suo padre l'esorta, la madre la guarda con apprensione ma tace. Le amiche paiono fare il tifo per quell'insolito "inseguimento dell'anello perduto" e ridono. Gli amici le danno indicazioni poco probabili e le burle producono forti risa... lei ride con loro, sta al gioco, allunga la mano, scosta e cerca ma la fede nuziale, che pare stregata, si mostra e si nasconde in quello che pare un suo personale gioco.
- Vieni ad aiutarmi - invoca il marito.
- Arrivo fra un attimo - le risponde.
Lui però tarda, lei è in una posizione scomoda e scende qualche gradino di quella scala che, da breve, pare allungarsi man mano che scende. Ogni tanto si volta per vedere se lui arriva ma no, non c'è.
I fiori spariscono e la vegetazione diventa un intreccio di rovi; lei non se la sente di proseguire e chiama il marito con voce imperiosa. Lui non c'è, nessuno la sente, il gioco dell'anello perduto è finito e chi la seguiva con lo sguardo ha abbandonato l'improvvisato divertimento. Le voci allegre della festa paiono provenire da un altro mondo da cui si sente esclusa... quasi offesa... ma non le resta che continuare a cercare, deve farlo o la fede benedetta sarà perduta.
Cerca, scruta... ma ad una piccola giravolta il vestito s'impiglia ai rovi infittiti e, per buon peso, il sottilissimo tacco d'una scarpa s'incastra in una crepa della scalinata e non ne vuole sapere di staccarsi. Si china per districarlo e quel movimento brusco provoca un suono che denuncia lo strappo di una parte del prezioso abito. Nel raccogliere i lembi di pizzo s'accorge di sanguinare e quella è la goccia che fa traboccare il vaso. Stranita, stanca, preoccupata e ormai resa, si volta e grida, sa che il piccolo piazzale è pieno di gente, qualcuno la sentirà e la soccorrerà.
Nessuno la sente ma non si scoraggia... lei è la sposa, si dice rassicurandosi, è il giorno più bello d'una vita, la cercheranno per le foto, la troveranno.
- Torno indietro - pensa - anche senza anello.
Si guarda attorno per progettare la risalita scoprendo d'essere scesa oltre il previsto e la cima della scalinata ora le pare un buco di luce lontano dove a tratti compaiono e scompaiono gli invitati come brevi brandelli colorati in movimento.
Il piede scalzo la impensierisce, vorrebbe un corrimano e anche sedersi per riposare ma non c'è modo di farlo e appoggiata ad un piccolo pilastro, residuo di chissacchè, pensa al daffare.
Sari
(continua)
Ogni anno la brava Sciarada del blog Anima Mundi organizza un viaggio attraversando i blog per attendere insieme il S. Natale. Il treno è il Natale Express e oggi ferma a VoceDiVento
Accolgo i passeggeri con...
Il mio acrostico natalizio
Vieni - Eterno - Gesù - Lieti - Incessantemente - Attendiamo
Un piccolo racconto che ha per titolo
- Il Natale di Borbottino -
L'inverno, annunciato da sgarbati venti autunnali, stava arrivando a grandi passi e la famiglia Borbotti, come tutti gli esemplari della loro specie, era già al sicuro nella calda tana, desiderosi si abbandonarsi al lungo sonno stagionale che li avrebbe preservati fino a primavera quando... un suono lontano fece sobbalzare il piccolo Borbottino.
- Chi è, che sarà mai ? - chiese strofinandosi gli occhi.
- Nulla - disse mamma Borbotta mezzo assonnata, stiracchiandosi - Chi suona sta anticipando la festa di Natale, un evento umano che non fa per noi. Questo è il tuo primo letargo - aggiunse carezzandolo - buon riposo piccolo mio.
- Oh no, io non voglio dormire - disse Borbottino ergendosi in tutta la sua breve altezza - voglio vedere il Natale, ne parla mezza foresta e vorrei proprio partecipare.
Così dicendo Borbottino si alzò, spolverò qualche filo d'erba dalle piccole spalle e si avviò all'uscita della tana.
Mamma Borbotta volse lo sguardo al suo compagno che, steso nella paglia, dormiva profondamente. Aveva fatto un buon lavoro rendendo calda e sicura la loro tana e, dopo tanto impegno, era sicuramente stanco. Guardò anche il figlio e, vedendo che intendeva uscire per davvero, con occhi gonfi di sonno si alzò e lo raggiunse.
- Ragiona figliolo, non potremo mai partecipare al Natale perchè si festeggerà nel freddo inverno e se la nostra specie non si abbandona al lungo sonno invernale non sopravviverà. Rassegnati e torniamo a dormire.
Ma il piccolo non era disposto ad ascoltarla e mamma Borbotta, che sapeva quanto fosse testardo quel suo cucciolo, pur sospirando di disappunto cercò di mediare concedendogli di uscire per cercare un amico che potesse assistere in vece sua alla grande festa, per poi goderne il racconto a primavera.
- Dieci minuti sai, non uno di più.
Borbottino non se lo fece ripetere due volte e corse a cercare il Merlo dal collare bianco, suo maestro di chiacchiere. Lo trovò fra i rami di un rovo e lo chiamò.
- Fifiufirulì... vedrò che posso fare - disse il Merlo dal collare bianco fiondandosi su una bacca appena caduta - Tra poco arriverà la sera e occorre spicciarsi.
- E chiedi in giro se fosse possibile spostare la festa in autunno, così che il prossimo anno possa parteciparvi - insistette Borbottino.
- Fric cio cio cio... conosco un abete che ogni anno trema di spavento quando si avvicina Natale... chiederò a lui di parlarmi di questa festa di cui so poco.
- Fai presto, per favore, comincio a cadere dal sonno.
Merlo dal collare bianco volò via ma tornò poco dopo per dirgli che no, non era possibile spostare la festa e che l'amico Abete Bianco s'era commosso così tanto sentendo della sua richiesta da avere progettato per lui un dono natalizio molto speciale.
- Uhm, ma sarà come un vero Natale? - chiese Borbottino con tono sospettoso.
- Eh quante ne vuoi sapere - disse il Merlo che non sapeva che rispondere... mai che gli si chiedesse delle sostanze nutritive delle bacche rosse e come si diversificassero dalle violacee...
- Firulìfirulà... ecco... - tagliò corto Merlo - occorre accontentarsi nella vita, sei ancora piccolo ma lo imparerai presto. Fai gli ultimi preparativi per il lungo sonno e torna qui tra dieci minuti, ti aspetterà, come assicura Abete, una sorpresa.
Furono i dieci minuti più lunghi della sua vita ma trascorsero e Borbottino uscì dalla tana con la mamma cui aveva raccontato delle promesse di Merlo.
La prima cosa che udì avvicinandosi alla soglia della tana, fu uno strano suono che somigliava a una musica. E infatti lo era e i suonatori erano Vento e le delicate Foglie che, avvoltolate dal suo soffio, producevano un suono armonioso. Subito dal bosco sbucarono gli abitanti della foresta, gli uccellini maestri di canto spiegarono le piccole gole e intonarono canti a cui, ognuno con la voce di cui madre natura lo aveva dotato, fece coro.
Il suono che ne risultava era disarmonico, disarticolato, cacofonico e a tratti stridente ma così pieno di sentimento che tutta la foresta rimase immobile ad ascoltare. Mai si sentì musica più bella.
Borbottino guardò stupito quelle bocche che cercavano di accordarsi, d'ingentilirsi e di dondolarsi seguendo un personale senso artistico e l'emozione divenne quasi un groppo in gola. Era un vero canto d'amore.
Li guardò uno ad uno senza trovarli stonati e ridicoli, di voce troppo alta o troppo roca... e più li guardava più la sua commozione divampava. La musica era attorno e dentro lui, come una calda coperta da cui si sentiva avvolto. Tutti erano lì, per lui, e stavano emettendo suoni, fino a quel momento a loro proibiti, per farlo contento.
Intanto in cielo, quasi comandata, s'accendeva una stella e nella prima oscurità a lui parve essere la Cometa di cui aveva sentito parlare.
- E' questo, è così il Natale? E' la gioia che ho in cuore? Allora è potente il Natale perchè ha toccato anche il cuoricino degli amici della foresta che hanno cantato per me.
E poi guardandolo meglio:
- Vedo che l'emozione ha preso anche te amico mio.
Merlo, imbarazzato, batté le ali ma rimase sul ramo.
- Sono feliceeeeeeeeee - urlò al cielo e gli parve di sentire l'eco portare il suo grido fino a valle.
- Vi ringrazio tutti - disse ad alta voce quando il coro sfumò - oggi è Natale nel cuore, ed ora che so cos'è lo cercherò al risveglio e in ogni stagione.
Il Merlo dal collare bianco volò su un rametto facendolo dondolare e sperò che il discorso del Natale fosse concluso perchè non aveva capito fino in fondo la questione che l'amico Abete gli aveva spiegato... ma se era come aveva detto Borbottino, se era quel che sentiva in petto anche lui, beh, il Natale era una gran bella cosa.
Borbottino ringraziò ancora una volta Vento, Foglie, Animali (con le ali o senza) e crollò fra le braccia di messer Letargo proprio sulla soglia della tana. Mamma Borbotta, intorpidita dal freddo, lo prese fra le zampette anteriori, lo trascinò a stento nella tana e barcollando verso il giaciglio vi si lasciò cadere accanto al figlio che s'era addormentato sorridendo.
Sorrise anche lei e mentre si abbandonava al sonno pensò che a primavera avrebbe messo ordine nel gomitolo di pensieri che il suo figliolo aveva, con la sua ostinazione, attivato.
Dallo spiraglio che babbo Borbotto aveva prudentemente lasciato per il ricambio dell'aria, un angioletto in ricognizione captò il profumo del sentimento che ancora aleggiava attorno a Borbottino addormentato, si commosse, s'accoccolò su un alto ramo e, soddisfatto, s'addormentò.
Fine
s.
E per ultimo, ecco un breve Rebus
Rebus (frase 6 - 7 - 1 - 8)
Appena venuta al mondo
Pronome femminile
N
Società Italiana Ematologia
Io accusativo
Strumento per abbattere
Ampia insenatura
Domani 15 dicembre, il testimone passerà a Negus del blog Ad Nutum
Buon Avvento a tutti
Il paese non era che un anonimo agglomerato di case in un territorio emiliano di mezza montagna che di particolare aveva solo il nome: Avino di Sopra e l'unica stranezza consisteva nel fatto che non ce ne fosse uno di Sotto. L'Argia abitava lì.
Per i suoi genitori, che l'avevano concepita in tarda età, quella bimba briosa e allegra era stato un dono del cielo e se ne sentirono sempre grati. Era anche bella l'Argia e quello che le si era aggiunto nel suo diventare donna era andato soprattutto a vantaggio dell'altezza che era d'una spanna oltre la media.
A guerra appena passata, l'Argia aspettava d'innamorarsi e a sedici anni era giusto fosse così. Intelligente, simpatica e avvenente, non le mancavano di certo i corteggiatori ma i ragazzi del 1920, la cui statura si fermava al massimo al metro e 60, non le perdonavano quei settantadue centrimetri oltre il metro e dopo qualche schermaglia amorosa le preferivano le altre, più basse. Poco a poco fu chiaro a tutti che una moglie che avrebbe guardato il marito dall'alto al basso non fosse cosa accettabile per i giovani paesani e così l'Argia, pur richiestissima, celebratissima, a vent'anni divenne ufficialmente zitella senza alcuna possibilità di cambiare il suo stato civile.
Il tempo passava, l'Argia attirava sospirosi sguardi ma... ahi quei quindici centimetri di troppo...
Lavorava al banco del forno paesano e nel tempo libero raggiungeva le amiche in un fienile dismesso dove le donne anziane lavoravano la paglia mentre loro si scambiavano allegre notizie che vestivano di straordinarietà.
Ad Avino di Sopra la vita era monotamente scandita da lavoro, arrivi e dipartite, ma la gente era allegra, aveva voglia di scordare sangue, bombe e ai pomeriggi di festa bastavano una fisarmonica e poco altro per radunare in piazza chi aveva voglia di ascoltare musica e ballare fino a che le gambe reggevano.
Nuovi balli erano arrivati da chissà dove e ciascuno si dava da fare per impararli ed insegnarli ad altri. In quelle occasioni, facevano corona ai ballerini una cerchia di spettatori che, seduti su seggiole di paglia portate da casa, accentuavano l'allegria con commenti, anche salaci e ad alta voce, a danno dei ballerini. Baie di cui nessuno si offendeva.
In quelle occasioni capitava si formassero nuove coppie... e se in quei pomeriggi l'Argia aspettava di trovare il suo 'lui' non lo dava a vedere, così come pareva non spiacersi guardare le coetanee, una dopo l'altra, andare all'altare. Però un segreto l'Argia l'aveva: sognava. Altroché se sognava... e alto o basso che fosse, l'uomo sognato era un tipo coraggioso, buono, sorridente e sincero. Mentre l'aspettava, intimorita dal suo stesso desiderio, rideva, cantava e coglieva i frutti dell'orto.
- Vuoi ballare? Le chiese un giovane straniero quel giorno di maggio che la vedeva compiere ventidue anni, mentre un complessino amatoriale suonava una mazurka tutta nuova.
- Sì - ripose lei cercando il modo di guardarlo meglio senza farsi scorgere.
Si chiamava Mentore, non era bello, non era alto ma aveva occhi ridenti e lei se ne innamorò all'istante. Anche lui confessò l'attrazione che provava per lei e subito si fidanzarono fra lo stupore gioioso di tutto il paese. Non passò neppure un mese che, vinti dalla passione, s'accasarono.
- Ci sposeremo dopo la vendemmia, disse lui che era contadino con parecchie vigne.
Ma quella stagione non arrivò mai perchè ci fu sempre una ragione plausibile per rimandare le nozze e i compaesani smisero di aspettarle senza che alcuno si scandalizzasse per quella situazione irregolare... d'altra parte per l'Argia era sempre meglio la convivenza che rimanere sola per tutta la vita.
- Ci sposeremo all'arrivo di un bambino, disse nuovamente lui
La vecchia casa gioì per il grande amore a cui dava tetto e si entusiasmò per l'arrivo dei cinque chiassosi figli che l'Argia e il compagno accolsero e crebbero armoniosamente. Furono anni densi di lavoro, di pensieri e non ci fu tempo per pensare ad altro che al presente mentre i calendari sfogliavano senza memoria, come solitamente succede quando non capitano eventi eccezionali.
Con il lavoro di entrambi raggiunsero una buona pace economica e si ebbe tempo per pensare.
- Ci sposeremo?, chiese lei una sera, dandogli le spalle, mentre rigovernava i piatti e pensava ai figli, a se stessa e al futuro.
- Certamente, rispose distrattamente lui continuando a sfogliare le grandi pagine del giornale domenicale.
Il "quando" che le urgeva in cuore, le rimase in gola.
Uno dopo l'altro i figli, tutti alti e maschi, sposarono piccole ragazze bionde e brune e la coppia di contrabbando rimase sola.
Una sera, accanto al camino, lui guardò la compagna seduta accanto intenta a cucire, pensò che era ancora bella seppure segnata dal lavoro e dall'età e, con un sorriso enigmatico, le rivolse una domanda.
- Ti sei mai pentita d'avermi detto sì senza ci fosse di mezzo l'altare?
- No, rispose debolmente lei alzando gli occhi ma con quell'attimo d'esitazione che lui percepì.
- Vorresti ancora sposarti? - chiese lui per poi dire precipitosamente - Certo che saremmo proprio buffi noi due, a quest'età, seduti come giovinetti a farci promesse che abbiamo già mantenute.
- Forse, rispose lei a cui il messaggio era arrivato chiaro e forte rimettendosi al lavoro.
Di nozze non se ne parlò più e quando lui anni dopo morì, lei non versò pubblicamente una lacrima ma a sera, partiti tutti, ormai sola nella grande casa, salì in mansarda, aprì un baule e pianse, pianse a lungo accovacciata su quella nuvola di tulle bianca ormai stropicciata e ai sogni lì conservati e ora sepolti.
Fine
Come prima lettrice di questo racconto, mi chiedo come mai, pur amando l'Argia e sapendola solida e fedele, Mentore non l'abbia voluta sposare, ben sapendo quanto lei tenesse a farlo. Che sia stata la rivincita su quei dieci centimetri che lei aveva in più?
Sari
III - La telecamera
Immobile, l'occhio efficiente sempre vigile, la telecamera che stazionava da anni sulla costruzione opposta alla gioielleria ricordava l'entusiasmo iniziale per quella collocazione che presagiva densa di emozioni. Essere postati in una via centrale, davanti a una importante gioielleria era quanto di meglio potesse sperare e già si vedeva testimone di mille avventure, fughe, sparatorie, forse un omicidio e lei sarebbe stata al centro di ogni fatto, determinante e pronta a stabilire certezze in favore della giustizia.
Invece non era andata così e la vita snocciolata sotto i suoi attenti occhi era quanto di più banale potesse supporre. Monotona e senza gloria.
Delusa da tutto quel tempo trascorso a guardare un via-vai senza storia, capitò che un mattino, proprio quel mattino, si sentisse tanto giù da sentire una lacrima scendere dal suo unico occhio e capitò proprio nell'istante in cui il ladro usciva frettolosamente dal luogo del suo misfatto.
Poco dopo attorno alla gioielleria ci fu un'incredibile movimento... e dopo ancora arrivarono mezzi da cui sbarcarono persone con la scritta "Scientifica" sulla schiena e si chiese cosa mai fosse accaduto dentro il negozio. Spinse lo sguardo fino a sfuocarlo, non vide che ombre ma quel che era accaduto lo udì salire dal capannello di curiosi che stazionavano proprio sotto la sua postazione. Un tentato furto, ecco cos'era accaduto, e la polizia avrebbe contato sulla registrazione della telecamera per dare un volto al malfattore che doveva pur averne registrato l'uscita a volto scoperto.
L'avrebbero consultata, finalmente... la gioia della telecamera arrivò alle stelle ma l'euforia durò poco perchè, dopo qualche ora, sentì i tutori dell'ordine dire che no, la registrazione risultava sfuocata proprio negli attimi in cui il ladro fuggiva, come se un velo d'acqua l'avesse offuscata rendendola infruttuosa.
La Scientifica, poi, disse di non avere rilevato nulla di importante nei guanti che parevano nuovi e senza traccia del costruttore. Anche le impronte, ben chiare, non trovarono riscontro fra quelle del casellario giudiziario e quindi sarebbero state solo conservate, nel caso che il malfattore avesse compiuto un'altra prodezza.
Il gioielliere, abituato a conservare l'aplomb, lo fece anche alla notizia che il ladro non sarebbe stato rintracciato, ringraziò le forze dell'ordine e si apprestò a gustare il suo caffè di mezza mattina. Posata la tazzina sul piattino, si avvicinò alla porta a vetri e guardò davanti a sè, verso la telecamera.
Inutile!, una telecamera come lei! Cos'era successo? Il fatto parve incredibile al suo stesso occhio ma poi ripensò al momento di tristezza, alla goccia di commozione e sentì un groppo formarsi non si sa dove. No, non era possibile che lei, proprio lei, avesse contribuito a lasciare un malfattore in libertà, scacciò il pensiero molesto e si disse che il momentaneo oscuramento poteva essere stato prodotto da una goccia di pioggia, da un escremento lasciato cadere in volo o da chissà che altro.
Non si sentì colpevole ma non si abbandonò mai più alla commiserazione, non pensò che i giorni svolgessero monotoni, fu sempre attenta e ligia perchè la vita è imprevedibile e occorre farsi trovare pronti quando il momento di gloria arriva, senza banchetti o fanfare, a baciarti.
Mentre si apprestava con diverso spirito ad osservare quanto accadeva nel suo raggio d'azione, la telecamera vide sulla porta il gioielliere, sentì il suo sguardo e le parve... ma sì... le stava proprio strizzando l'occhio.
Non ne seppe la ragione ma si sentì felice.
Fine
Sari